Dunhuang Ovvero Una Cina diversa

“Nemmeno la brezza di primavera raggiunge la Porta di Giada”. Questo estratto di una poesia cinese da un’idea di cosa fossero Dunhuang e i forti poco distanti da essa per i viaggiatori al tempo delle carovane: per chi veniva da ovest l’aver superato indenni un viaggio periglioso costellato di pericoli e difficoltà, per chi si dirigeva verso occidente invece, l’ultimo baluardo di civiltà prima di conoscere misteri e avversità celate nel torrido Deserto del Taklamakan.

Anticamente una delle prime e più importanti città di scambio e oasi salvifica, Dunhuang al  giorno d’oggi mantiene in parte la sua atmosfera storica. Se il centro abitato sonnolento e spesso sferzato da caldi venti carichi di sabbia del deserto non presenta grandi attrattive (in alta stagione diventa invece una delle mete di maggior richiamo per il turismo cinese, quindi meglio evitare il periodo tra fine Giugno e tutto il mese di Agosto), basta muoversi pochi chilometri fuori da esso per trovare siti storico-culturali per tutti i gusti, senza dimenticare la natura aspra e inospitale che su di un visitatore, ne sono certo, non può che paradossalmente esercitare un fascino irresistibile.

Personalmente ho accettato un compromesso dovuto al gran numero di cose da vedere in un ridotto periodo di tempo (un mese di visto turistico in Cina ti costringe spesso a, letteralmente, correre da un posto all’altro) e mi sono affidato ad un tour in autobus che prometteva di rendere possibile il visitare tutto il visitabile in un solo giorno. E’ stato effettivamente così (escluse le famose Grotte di Mogao), ma partiti alle otto del mattino siamo tornati al punto di partenza ben dopo mezzanotte. Un massacro. Consiglio quindi a chi ne ha la possibilità di muoversi pianificando l’esperienza su più giorni, godendosi con più calma i singoli siti anche se ovviamente i prezzi per gli spostamenti non potranno che lievitare.

Lasciata quindi Dunhang la mattina relativamente presto i primi luoghi visitati sono stati due passi fondamentali nella storia della Via della Seta, il Sun Gate Pass (Yangguan Pass) e il Jade Gate Pass (Yumenguan Pass) nati dalla necessità di dare una protezione militare alla popolazione e ai mercanti durante il periodo della Dinastia Han (206 a.C. – 220 d.C.) in “collaborazione” con un primo tentativo di Muraglia, abbandonato però intorno al V secolo d.C. .

Se il Sun Gate Pass è quello posizionato più a sud e guidava i viaggiatori verso la parte meridionale della Cina ed è ad oggi quello peggio conservato, il forte della “Porta di Giada” ha trovato posto anche in diverse poesie cinesi, per il suo significato reale (segnalava la fine del territorio cinese) e quello metaforico legato alla paura dell’ignoto che era ben presente nella gente del tempo. “Siedi e bevi un’altra coppa, che passata la Porta di Giada non avrai più amici” recita un’altra poesia, che credo renda bene l’idea di quanto fosse considerato una sorta di addio l’avventurarsi in quelle terre aride.

Per chi come me è sulle tracce storiche della Via della Seta, il Jade Gate Pass è davvero un passaggio obbligato. Potrà essere poco più di un rudere (mi trovo quasi a ringraziare il tempo che ha cancellato la sua forma originale, altrimenti avremmo corso il rischio di trovarlo completamente ricostruito), ma guardandosi attorno  si riesce davvero a sentire, provare la sensazione di essere alla fine di qualcosa. O all’inizio. Comunque di aver messo piede nel punto che per centinaia di anni è stato lo spartiacque tra conosciuto e timore per l’ignoto. Un’esperienza impagabile.

Poi succede che, come spesso accade in Cina, si finisce per mischiare “sacro e profano”; dopo una bella dose di storia e cultura, ecco che dal cilindro esce un bianco coniglio capace di meravigliarti e farti sentire ancora bambino. Questa volta parlo del Geoparco Nazionale Yadan.

Distante 160 km da Dunhuang, questo portento geologico si sviluppa su di una superficie totale superiore ai  300 km quadrati. L’erosione del vento e , in parte decisamente minore, dell’acqua su due tipi predominanti di roccia, una decisamente più friabile e “debole”dell’altra, ha impiegato più di 700.000 anni per creare delle immagini dalle quali difficilmente il visitatore si libererà in breve tempo.

Massi che sembrano leoni ruggenti o regali pavoni, soldati navi e pagode all’orizzonte, tutto creato dalla paziente azione di agenti atmosferici quasi troppo precisa per sembrare casuale. E il tramonto, che spettacolo. Verso sera  ti siedi nel silenzio di un’opera d’arte naturale, aspettando che le immense rocce si colorino di rosa e arancio, quasi trattenendo il fiato per la paura di disturbare uno spettacolo che va in scena tutti i giorni, indifferente al numero di spettatori, da migliaia di anni.

Alex

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